Nel 1990 creavi delle strutture in ferro, geometriche che segnavano un movimento nello spazio…
Ho cominciato il mio percorso nel mondo dell’arte, con un lavoro molto strutturale, minimale anche. Le strutture, costituite da pochi elementi, aste in ferro, erano legati tra loro da semplici snodi, avevano la possibilità sia di aprirsi che di chiudersi: potevano ruotare nello spazio generando infiniti movimenti.
In che modo l’osservatore interagisce con le tue opere?
In un primo momento l’osservatore poteva intervenire nell’opera con gesti abbastanza liberi, senza seguire delle modalità o dei punti fissi. In un secondo momento ho fatto dei buchi nel muro così che la struttura attraverso dei perni collocati alla sua estremità, si bloccasse in una posizione predeterminata. In questo caso il gesto dell’osservatore era precisato, limitato e prevedibile.
Come nasce l’idea di usare il muro?
Quando ho rinunciato all’oggettività che contraddistingueva le mie opere, ho cominciato ad incidere ed intervenire con buchi e fessure direttamente nella parete che sarà il supporto di tutte le mie installazioni. È infatti sul muro, limite fisico dello spazio che creavo una fitta rete di relazioni definite da una rigida geometria e da una rigorosa progettazione.
Nella mostra alla Galleria Mara Coccia nel 1992 il muro diventa struttura dandoti la possibilità di avere maggiore mobilità e aperture spaziali.
La mostra alla Galleria Mara Coccia è stata la mia prima personale ed è emblematica da questo punto di vista. Ho avuto la possibilità di (intervenire ed) interpretare tutto lo spazio espositivo, realizzando una installazione definita da Fabio Mauri nel testo di presentazione “sculture a fresco”. Era, infatti, composta da una serie di buchi e fessure nel muro bianco, e fungeva da codice per il movimento di alcuni elementi a modulo fisso (strutture in ferro scatolato) e a modulo flessibile (lastre di alluminio bianco), “il tutto – come dice Cecilia Castrati – subordinato all’azzardo di chi (anche soltanto con il pensiero o lo sguardo) intendeva mettere in atto una diversa combinazione”.
La partecipazione diretta dell’osservatore, infatti fa sì che il rigore progettuale sia rimesso in continua discussione dando luogo a quelle strutture instabili e ad una visione in continuo mutamento.
I contrasti tra la durezza delle orizzontali e verticali e la dolcezza delle curve, creano delle ombre che avvolgono lo spazio.
La presenza delle ombre è fondamentale: apparivano sia nelle parti interne, nelle fessure, nei buchi, sia sulla superficie del muro; un effetto pittorico che dava la misura della profondità dello spazio oltre la superficie del muro e la misura dell’aggetto degli elementi mobili.
Nell’installazione al Castello di Volpaia il muro non è liscio. È cambiata la tua visione della superficie?
In un certo senso si, all’inizio questa situazione mi ha messo un po’ in difficoltà, ma successivamente mi ha dato lo stimolo e il coraggio di intervenire anche su superfici meno congeniali al mio lavoro. È stata una prima piccola sfida.
Nella Mostra Configurazioni di un mutamento alla galleria A.A.M. nel ’94 cominci ad utilizzare il rame e le canaline.
Si, ho ritenuto opportuno introdurre questi nuovi materiali perché la loro natura era perfettamente funzionale alla nuova morfologia che stava assumendo il mio lavoro.
Il segno del tracciato nel muro da frammentato diventa sempre più lineare e continuo, spigoloso e duro come la canalina in ferro, mentre l’elemento mobile diventa per contrasto sempre più sinuoso, calco e luminoso, come il rame.
Le canaline all’inizio sono un segno lineare, poi si staccano e cominciano ad invadere lo spazio.
È vero, inizialmente le canaline erano quasi totalmente nel muro e solo in alcuni tratti venivano fuori, tagliavano l’angolo, creavano delle strutture aggettanti, poi rientravano, poi magari riuscivano in alcuni tratti e poi di nuovo rientravano. Le canaline sembravano “cucire” lo spazio, ma erano ancora profondamente radicate nella parete. La relazione con il muro diventa più eterogenea dalla mostra. Configurazione di un mutamento alla Temple Gallery University nel ’95: ci sono parti completamente scavate nella parete, delle canaline, come binari, che nascono dalla struttura e si estendono per tratti lunghi anche sette, otto metri, attraverso una finestra, bloccano un’apertura, oppure hanno un senso di continuità fino a collegare gli ambienti. Il fascio di canaline si spezza, si ferma, ricomincia fino a fuoriclasse dalla parete, fino a terra.
Nella mostra Lavori incorso alla G.C.A.M.C. del ’98 le canaline,poggiano a terra, utilizzando uno spazio totale, tridimensionale.
Prima della galleria Comunale, nella personale al Museo Sperimentale dell’Aquila, mi sono liberata e allargata nello spazio: il lavoro a parete era quasi tutto esterno, le canaline non entravano dentro, avevano alcuni punti di appoggio interni, poi si incrociavano come in un percorso. I percorsi sono una metafora della strada: fisici, mentali, individuali, di massa, della vita. nella Galleria Comunale questa idea intrigante si è sviluppata nella parte alta dello spazio: le canaline passavano dal pavimento al soffitto, costruito da travi di cemento; la parete invece di essere limite del tracciato è diventato uno spazio intermedio!
Il movimento è statico! Il movimento è statico perché è l’unica cosa immutabile, l’unica certezza, l’unica cosa che non cambia. L’unica certezza è che movimento, cambiamento e metamorfosi esistono (…) I cosiddetti oggetti immobili esistono solo in movimento. Le cose, le idee, le opere, le convinzioni immobili, certe e permanenti cambiano, si trasformano e si disintegrano. Gli oggetti immobili sono istantanee di un movimento, del quale rifiutiamo di accettare l’esistenza perché noi stessi siamo solo un istante nel grande movimento.L’esperienza dello spettacolo Du vu du non vu ha inciso sulle tue possibilità creative, soprattutto considerando che la struttura diventa corpo?
Stasi significa trasformazione (…) L’immutabilità non esiste (…) Abbiamo paura del movimento perché significa decomposizione, perché vediamo la nostra disintegrazione in movimento. Il movimento statico continuo va sempre avanti! Non può essere fermato
Jean Tinguely